“Mi racconto”. Un affresco letterario di memoria storica.

Pubblicato il da Iacolare Francesco Saverio

Mi racconto”. Un affresco letterario di memoria storica.

In una splendita serata, “profumata” di virtù contadinamente agrèste, gli ottimi  Emmanuele Coppola e Tobia Iodice hanno dato luogo alla rappresentazione di un “tempo” che era figlio di  una cultura “altra”. Una cultura “altra “ dove abitava la “Persona”, sostituita oggi  dall’individualismo  protagoreo il cui principio recita: “l’uomo misura di tutte le cose di quelle che sono in quanto sono di quelle che non sono in quanto non sono”. Il protagonista di questo tempo è stato un “ragazzo” di ottanta primavere, Esterino Mallardo, noto penalista e politico. Un ragazzo baciato dalla dimensione interiore del “bene” dalla quale ha saputo trarre quella bellezza capace di abitare solo nelle anime semplici , ma…burbere dei contadini. Un’occasione nella quale si è dimostrato che la “Persona” è viva e non subisce l’eclissi del cattivo laicismo che esalta l’individuo. La lettura del “mi racconto” ha donato un quadro più completo circa la sua appartenenza antropologica. L’immaginario collettivo presenta i soggetti e i fatti sempre in modo alterato, sia in bene che in male, comunque aleatorio; di conseguenza non ci si può fidare. diversamente, il racconto  ti fa partecipe di una emotività che si divide nell’essere, contemporaneamente , attore e spettatore sul grande palcoscenico del mondo, così come ci ricorda  William Shakespeare , di cui il libro rappresenta il canovaccio di un’ esistenza singolare, come quella del protagonista. l’essere spettatore, il nostro autore l’ha dimostrato rifiutandosi di essere organico al potere, proprio perché abitato nell’animo dalla cultura verticale con la tensione verso il “Bene”. questa si è conservata all’ombra dell’albero della sapienza valoriale contadina ,di cui oggi si sono notati gli effetti, vista la presenza al tavolo della presidenza di autorità che hanno confortato l’operato di una vita autorevole,  messa in risalto dall’intervento del prof  Giovanni Bottone, rievocando la bellezza e la solidarietà dell’agire umano che rendeva il mondo più “pulito”. La lettura ci descrive una vita fatta anche di sofferenze, ma in modo particolare di virtù genitoriali, le quali, con il loro carico di tensione, tendevano verso la convergenza dell’essenza  come patrimonio ideale del proprio esser-ci  nel mondo e la tragica realtà dell’esistenza che , con la propria miseria rendeva impari la lotta. tuttavia, la tensione della bellezza del vivere non poteva escludere dal processo osmotico il suo rappresentarsi nel mondo dell’etica pubblica, diversa dall’etica privata. questo sforzo è stato preceduto dalla forte volontà di spogliazione di tutti gli egoismi e i “canti delle sirene” della corruzione che, hanno fatto di Esterino un candidato ad essere “persona”, distaccandosi dalla pletora degli individui che hanno preferito il canto delle sirene. La capacità di evidenziare, forse, inconsapevolmente, uno sforzo spirituale, attraverso la sua professione nel difendere quelli che avevano le “pezze sul culo” gli derivava non dalla convinzione che amasse l’abito della legge, questo gli è stato sempre stretto, perché il suo sguardo interiore  si è levato oltre l’orizzonte “nasale” dei più. Il recondito pensiero verso l”assoluto”, inteso come giustizia, dal quale si dipana come ipostasi la legge, è stato sempre un inedito sogno che solo oggi, con la saggezza del tempo, ha saputo scoprire. L’intelletto non ci permette di “comprendere”  questo passaggio qualitativo, dalla giustizia alla legge, tanto meno può venirci incontro la limitata ragione. tuttavia, ci è dato intuire la giustizia come assoluto, e la legge come relativa. La conseguenza di questo conflitto lo avvertiamo quando sentiamo dire  “giustizia è fatta”, in modo particolare quando nei tribunali  ci si illude di dire aula di giustizia, o peggio quando si legge “la legge è uguale per tutti”. L’uso di questi gettoni linguistici-sociali hanno causato, nel corso del tempo, mille incomprensioni e conflitti logici. l’uomo ha voluto , con la forza del diritto , sposare la giustizia e la legge confondendoli come sinonimi. La conseguenza di questa confusione sono state, e sono tutt’ora, devastanti.  Infatti, nel campo teologico, il filosofo e teologo francese, Jean Colson, ebbe a dire : “se la giustizia si ha attraverso la legge, allora  è stata inutile la venuta di Cristo, di conseguenza  la sua morte non ha motivo”.  il nostro don Lorenzo Milani, nella famosa lettera ad una professoressa, disse: “ guai a fare parti uguali tra disuguali”. la nostra società non è ancora preparata a codesta comprensione. molti uomini sono mossi dall’impotenza di non sapere amare il frammento  di umanità che ci sta di fronte,tuttavia, questa è già una preghiera che diventa amore rispetto a chi disprezza questo frammento.  il nostro cammino è spesso ostacolato da differenze, provocate dalla conflittualità degli individui che rifiutano di essere persone e ciò impedisce  di percepire il motivo di eternità comunicatoci dall’”altro”. Esterino è stato educato all’insegna dell’essere persona, questo perché la coppia genitoriale, educata alla cultura dell’animo e non a quella libresca, ha saputo testimoniare il meglio della spiritualità di un mondo, la cui “povertà di spirito” rimane sempre una ricchezza. Il suo è stato un coraggioso tentativo di strappare il velo del suo essere “inedito” – di balducciana memoria- per cercare di rappresentarsi nelle vesti della nudità di Francesco, per essere se stesso .              

                                  francescosaverioiaco@libero.it 

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