Giugliano,luogo ove la cultura muore.
A Giugliano non v’è cultura, né di mare, né di terra. Vi sono molte risorse umane sia sulla costiera,che nel nostro entroterra. La cultura è un esercizio costante della mente, una rinuncia alle cose futili, appariscenti. Un luogo arido, privo di spazi alla formazione dello spirito delle nuove generazioni. La cultura dell’onestà non possiede i mezzi per competere contro la violenza di una mentalità, diffusa da anni, quella dell’apparire che sta provocando l’ottundimento della saggezza umana, quindi etica, in gran parte della società. Le nuove generazioni non conoscono i sacrifici di quelle passate, dunque impreparate circa la complessità dell’agire morale, in un tempo privo di valori che non permette un percorso di un ethos, come necessitante nel divenire della formazione etica della persona. La ragione per cui molti si abbandonano alle squallide frenesie del potere, e a tutte le nefaste conseguenze esistenziali, sono dovute alla inesistenza di veri legami affettivi,alla cultura della politica come servizio, all’egoismo del possesso della ricchezza materiale. Tutto ciò uccide la vera ricchezza interiore che viene soffocata e uccisa dalla mancanza di cultura. Poveri esseri: ricchi di cultura orizzontale, deboli nei confronti di coloro che hanno accettato la visione escatologica della vera ricchezza come unico principio della propria esistenza. Questa cultura verticale è quella che farà sempre la differenza nei confronti dell’altro. Gli esseri limitati sono quelli che usano il gioco paranoico del ricatto, un gioco ove il cerchio è ristretto a coloro che accettano di vendersi per un pugno di lenticchie. All’interno di questo luogo domina l’etica della lenticchia. I loschi affari vengono studiati a tavolino, in modo scientifico, fuori dalle istituzioni, private da anni dalla propria autorevolezza e sostituita dall’autorità del potere dei padrini di turno. L’omertà è la regola di ferro che regna, come principio di equilibrio del terrore, in tutti i clan della politica. Un miserabile intreccio di interessi regna da sempre nei nostri martoriati territori. Questo mostro ha impedito da sempre l’impegno per la formazione di una coscienza cittadina. Noi chiediamo all’assessorato alla cultura, in modo particolare all’assessore alla cultura. Avete per i prossimi mille anni qualche idea di come migliorare,culturalmente, la formazione delle nuove generazioni? Forse la istituzione di una scuola di formazione politica ,sempre avversata, potrebbe essere un primo passo per voltare pagina. Non vorremmo che si istituisse un ufficio di informa giovani, fatto passare per una seria formazione politica. Purtroppo,sembra, che la falce della morte della cultura continui a mietere idee anche nella nuova giunta, priva di sensibilità culturale, tipica della tradizione della sana vocazione della giuglianesità.Forse Antonio Panico dovrebbe ancora,perché le sue radici sono qui. La movida non è cultura. La cultura è progetto a lungo tempo, con respiro universale, fatto da uomini lungimiranti che amano quelli che verranno, la cultura fonda la memoria come pilastro per il futuro. Il progetto è cultura che si dipana, fenomenologicamente, nel tempo formando i giovani a “costruire” la società del futuro e non continuare a vivere in una società degli apoti.Assessore, se non sei in questa sintonia i mille anni di cui sopra non saranno sufficienti. Siamo in molti ad avere a cuore il divenire di una coscienza etica e delle diversità delle eticità. Le molte realtà presenti sul territorio, possono essere un punto di partenza facendone una consulta territoriale di animo ecumenico-interculturale e patrocinato dall’assessorato alla cultura. Potrebbe essere per te,assessore, un frammento di memoria nella palude in cui viviamo. Un luogo reso abominevole, dal continuo esercizio del magnacciare del potere politico degli anni passati, che ha impedito il processo di crescita della coscienza della città. Non scoraggiarti,Delfino,questo è il tuo vero compito,lascia le mansioni del Travet, poni mano all’aratro e non voltarti indietro. Tu sapevi,di pasoliniana memoria. Ci vuole coraggio, non solo nell’accettare un incarico, ma nel confronto continuo della propria coscienza con quella della città. Noi siamo disponibili e con la mano tesa, come lo spirito del samaritano.