Riflessione sulla Teologia della sofferenza,ovvero Teologia della Ragione
Riflessione sulla teologia della sofferenza.
Premessa: Questo lavoro è frutto di una lunga esperienza di dolore “particolare” che è stato vissuto dal 1973 al 1979. Elaborato nell’80 e pubblicato la prima volta nel 1994. Abbiamo voluto riproporlo e rivisitarlo, in alcuni punti, perché il tema è sempre di grande attualità.
Riflessione sulla teologia della sofferenza.
Ti AMO MIO DIO .
misteriosamente Ti sento presente nel mio essere.
Mi accarezzi col Tuo alito di sofferenza.
Mi dai coscienza del mio essere niente.
Mi dai grandezza della mia nullità, mentre mi arrovello nel mistero del Tuo essere qui.
Meditazione come ipotesi di ricerca circa la “Teologia della ragione “, ovvero Teologia della sofferenza”.
Introduzione.
Il tema risulta incompleto nella sua trattazione perché l’ottica con cui è stato analizzato deriva da una esperienza, da un vissuto esistenziale che ha messo a dura prova la ragione e la comunicazione con l’altro.
L’altro, nel nostro caso, era nostra figlia affetta da encefalopatia ipsoaritmia. La sua condizione ci spingeva a chiedere a Dio: perché tale stato di sofferenza? In che modo viene vissuto il suo dolore?
La considerazione di una sola creatura, ci conduceva all’osservazione più generale di tutte le creature handicappate nelle quali si pone il problema della ragione e della comunicazione. Qui ci siamo domandati: in che modo queste creature “comunicano” con Dio?. In sei anni di malattia abbiamo capito che il dolore, la sofferenza, sono delle costanti necessarie alla vita per poter andare, con dignità di Grazia, verso la morte. Questa riflessione non deve dare l’impressione che il cristianesimo sia una religione di sofferenza, Cristo essendo Amore fa del Cristianesimo la religione dell’ Amore. Una rivoluzione, quella dell’Amore, che non abbiamo ancora “ capito” ma, solo fraintesa. Il dramma di questo comunicare, e dell’origine del dolore, hanno condizionato, per un certo tempo, il nostro vissuto esistenziale verso una dimensione fagocitante della logica a danno della Fede. Il dolore ha trovato una sua collocazione razionale, per motivi dialettici, nel peccato originale solo come una lontana ipotesi. La Fede, messa a dura prova dalla ragione, ne esce rafforzata, infatti, la ragione non è in grado di “ascoltare “ il silenzio di Dio. La Fede “ascolta” il silenzio di Dio. Data per scontata la certezza della Fede, rimane aperto il tema della ragione. La “naturale “ comunicazione tra gli uomini, tra cui quella verbale, gestuale, mimica ,ecc.. ecc.. è possibile, infatti, questi possono comunicare, mediante la “preghiera,“ con Dio. Su questo tema ci siamo soffermati con la seguente riflessione: partendo dalla “certezza” che Dio, essendo il Creatore non può in nessun caso interrompere la comunicazione con le Sue creature ma, nella logica universale della salvezza . sia possibile una relazione piena di senso che continui il riscatto dell’umanità dal peccato il quale ha determinato lo “ scandalo” della Croce, con la venuta di Cristo. In altri termini, si può ignorare un tale problema dal momento in cui la Fede cristiana si regge sull’assurdo che Cristo, contro l’illogica della logica, sia diventato uomo e l’abbia riscattato dalla sua permanente incomunicabilità con il Creatore? Se Cristo ha instaurato la comunicazione di tutti gli uomini con Dio, come escludere i più vicini al suo cuore, i sofferenti, i bisognosi? Una teologia che escludesse dal dialogo gli esseri privi di autocoscienza sarebbe priva di quella carica umana che Cristo ha voluto dare al Suo sacrificio. Sono trascorsi sedici anni dalla prima pubblicazione di questa riflessione e, tuttavia, non abbiamo trovato tracce di attenzione a questo tema nelle varie teologie. Noi crediamo che l’amore di Dio è in grado di dare al silenzio una vita altra a chi inconsapevolmente contempla la vita.
Circa la ragione.
Il termine nel tempo assume i seguenti significati:
Guida autonoma dell’uomo in tutti i campi in cui è possibile una ricerca a un’indagine, in questo senso la ragione è una facoltà dell’uomo che lo distingue dall’animale.
Fondamento o ragion d’essere, poiché la ragion d’essere di una cosa è la sua essenza necessaria o sostanza.Argomento o prova. In questo si dice: egli ha avanzato le sue ragioni, che significa : egli ha ragioni e prove sufficienti per dimostrare il vero.
Per gli stoici la dottrina della ragione è l’unica guida degli uomini, mentre per gli animali v’è l’istinto che li porta a conservarsi e a cercare ciò che per loro è vantaggioso. Se diciamo guida il suo contrario è caos, mentre conservazione il suo contrario è distruzione. Da questo argomentare si evince che: tutto ciò che è, è tale perché esiste un suo contrario, diversamente, nulla di ciò che è potrebbe essere.
Ma allora al di là dei significati storici potremmo dedurre che al di fuori della storia non esiste la ragione. La storia è un continuo divenire sociale, economico, culturale , religioso. In questo continuo fluire trova casa la “ragione” che si estrinseca anche in guerre, rivoluzioni, che rappresentano l’espressioni della ragion d’essere della ragione. Allora si deduce che senza le categorie del fluire non v’è ragione della ragione; oppure potremmo dire con Seneca che :”la ragione della ragione è la sua stessa ragione, cioè immutabile ed universale in quanto non è schiava ma signora dei sensi “.
La ragione è la sua ragione come il giusto è il suo giusto. Noi affermiamo che una cosa è ingiusta perché abbiamo il senso della giustizia, però a questo punto la ragione non interviene in senso totale e definitivo, certamente essa ha il suo peso nell’affermare il giusto o il suo contrario. Al di là di tutte le definizioni Seneca ci ricorda che:” la ragione è una parte dello Spirito divino infusa dal creatore nelle sue creature”. A questo punto sorge il mistero della ragione, cioè questa parte dello spirito divino, anche se una parte, ci chiediamo: rimane sempre tale in tutti gli uomini? Rimane sempre immobile , contemplativa in quella parte del corpo, forse il cervello, per quelle creature che non avendo l’esercizio della ragione, e quindi la possibilità della comunicazione logica, essa rimane vergine rispetto alle altre creature che hanno potuto usufruire di una logica e una intelligenza che sono state esperite nell’esistenza? Come mai la filosofia e la teologia sono mute di fronte a tale problema così complesso?. Tutte le creature hanno un proprio “universo” all’interno dell’Assoluto con il quale certamente comunicano. Ogni essere contempla il proprio universo con la propria ragione, questa a sua volta fa uso del libero arbitrio rendendo la creatura artefice del suo “destino” che giorno per giorno si “costruisce”. Ma allora le creature prive della funzionalità del cervello, della ragione, di conseguenza del libero arbitrio, non possono essere artefice del proprio destino? Ma allora la ragione non abita il cervello? Né tanto meno può esprimere il libero arbitrio? Tornando a Seneca crediamo che la ragione, come parte divina, è incontaminata rispetto alla mondanità della logica. Questa certamente non abita il cervello, abita tutte le creature che in modo misterioso contemplano il proprio Creatore. Esiste un’altra via a mezzo della quale queste creature comunicano con Dio, a noi non sarà mai dato di comprenderla perché limitati. Queste creature sono un luogo privilegiato a tal punto che Dio ha svalutato tutta la Sua creazione, comunicandoci che nulla può valere al cospetto di una sola sua creatura, cosiddetta handicappata. Sembrerebbe un Dio che tratta le sue creature in modo da privilegiare le une rispetto a noi cosiddetti normali? Qui, paradossalmente, la ragione ci aiuta a travalicare i confini dei significati tradizionali suggerendoci che l’uguaglianza è un prodotto di una ragione antropomorfica che nulla può di fronte al progetto di Dio. Cade anche il tradizionale concetto di ragione e quello dei suoi contrari. Ci troviamo davanti a qualcosa di indefinibile. Che significa uguaglianza? Potremmo continuare all’infinito mortificando la ragione con “L’intelligenza” di ragione, giungendo alla Fede come identificazione con quella parte divina di cui parla Seneca. Qual è il modo di comunicare di questa ragione incontaminata dal mondano? In che modo queste creature avvertono la presenza dell’Invisibile? Come queste creature sentono il giusto, il bello, la felicità, la gioia, il dolore ? Sono forse queste delle proiezioni di noi “sani” che diamo a queste creature che diciamo essere malate? Qual è il loro rapporto con Dio?. Noi non possiamo mai comprendere il loro mondo, né comprendere il loro universo, noi le riteniamo essere spiritualmente più ricchi di noi. La nostra esperienza ci insegna che attraverso i loro sguardi esprimono un linguaggio che riguarda i loro bisogni. Condividere un tempo con loro e osservare i sentimenti che esprimono, nel loro esserci presenti, sono misteriosamente dolce, amorevole. Ma chiediamoci: è possibile fare questo tipo di considerazioni? Può essere una proiezione di valutazione che non ha niente di peculiare con la loro spiritualità a noi sconosciuta? Sarà possibile un modo per comunicare tra loro e Dio? Certamente esiste all’interno dell’Assoluto, diversamente crollerebbe ogni tipo di comprensione.
Cercando un modo di comunicare di queste creature non ci può sfuggire che il modo è la presenza di Dio.
Noi pensiamo che ogni creatura handicappata, in modo particolare a livello del sistema nervoso centrale, sia paradossalmente un esempio della grandezza di Dio, un mistero su cui siamo portati a riflettere e chiederci perché?
Josef Gevaert si interroga dicendo: “il male in quanto è soggettivamente vissuto a livello di sofferenza, è un’indicazione che qualcosa nell’uomo, o nelle struttura nel mondo, è sbagliato.” Un pensiero condiviso da Davide Maria Turoldo quando con grande sofferenza, ne “Il dramma è Dio”, si chiede: “O mio Dio fa che il Tuo progetto è sbagliato”?
Teilhard de Chardin dice: “A livello umano vi sono immense sofferenze, queste vengono ricuperate nell’atto in cui l’uomo reagisce contro la sofferenza e i mali, in tal modo l’uomo progredisce verso forme più elevate e più unificate di vita.”
Noi ci chiediamo: perché il gesuita proibito, come fu definito da Giancarlo Vigorelli, considera questo recupero come momento della “reazione” , contro la sofferenza, come capacità universale dell’uomo? Come avviene questo recupero della sofferenza in coloro che non posseggono la “reazione” come riflessione circa la ragione se questa non la conosciamo in loro secondo le nostre categorie?.
Dobbiamo considerare il punto di vista di Teilhard de Chardin come l’assenza di Dio da queste creature? Certamente no. Deduciamo allora che, queste creatura hanno una comunione ontologica con il proprio Creatore che permette loro una diversa comunicazione con Dio; sconosciuta rispetto a noi “ normali” . Qual è? come avviene? Che linguaggio usano? E la ragione? Noi non condividiamo il grande gesuita in questo suo pensiero. Dice : “Ogni male è relativo, se la morte è vista come la nascita di una nuova vita in cui l’uomo raggiunge la riuscita del proprio essere”.
Sorge un dubbio, sembra che egli voglia escludere il dramma individuale, personale. Cristo ha sofferto un Suo dramma, ogni creatura ha il suo dramma che è sempre differente dall’altro. Il male che ha sofferto il Cristo non è relativo, perché la Sua sofferenza e la Sua venuta rappresentano il centro della storia della sofferenza dell’umanità prima e dopo Cristo. La certezza escatologica è stata data all’umanità dalla universalità della sua sofferenza e non come male relativo.
La Giustizia divina terrà conto di ogni sofferenza individuale, in ognuna di esse v’è l’immagine e somiglianza del suo Creatore. La certezza escatologica può somigliare ad un grande mosaico dove il disegno di Dio sarà completato quando tutte le creature, di tutta la storia, avranno realizzata la Sua volontà. Ci chiediamo: sarà poi questo l’Assoluto? Ogni creatura “sana” e “normale” gode di grandi privilegi che Dio ha concesso come : L’amore, l’equilibrio interiore, l’intelligenza, la cultura, la misticità, la certezza della fede. Altri godono del contrario come : le loro convinzioni atee, la cattiveria, la malvagità, l’indifferenza, l’uso indiscriminato del potere ecc.. ecc.. Queste creature che non parlano, non amano, non comunicano, non sono “normali” come noi, - alle quali non sappiamo comunicare il nostro amore secondo le comuni categorie del nostro esistere ,perché nulla conosciamo di loro,- che aiutiamo , nel migliore dei modi a farle vegetare, di che cosa godono? Noi siamo certi della presenza di Dio, un Dio ancora più sconosciuto di quello che noi possiamo rendere antropomorfico perché Gli parliamo, Lo preghiamo, Lo impreghiamo: Con il loro Dio queste creature non parlano, non pregano, non Lo invocano. Le loro parole, i loro sentimenti sono la continua sofferenza che, vivendo nella dimensione di un amore sconosciuto, realizzano il loro rapporto con Dio. E’ la nostra ipotesi vestita dello Spirito di Dio.
Noi pensiamo che queste creature sono oltre la Redenzione, esse già godono dei riflessi del Paradiso perchè sono già “Vere”. Ecco di ciò, noi pensiamo godono queste creature , ed è in questa dimensione che sono privilegiate rispetto a noi. Il loro vivere la sofferenza è una dimensione di “preghiera”, un dialogo senza tregua piena di essenza di Dio. La loro preghiera fra noi è ricchezza, la loro sofferenza non serve per redimerle, per salvarle, per acquisire il Paradiso. Questo lo hanno già avuto nel momento del Battesimo, con tale sacramento la loro purezza è già raggiunta: ma allora per loro è una sofferenza inutile? E’ umano chiederci perché una sofferenza inutile? Noi siamo convinti che la sofferenza non è mai inutile. Dio ci ha voluti cooperatori della salvezza facendosi uomo, offrendo la Sua vita per la nostra Salvezza. La presenza della “diversa ricchezza” della sofferenza di creature handicappate, costituisce un inesauribile patrimonio spirituale offerto all’umanità, composto da credenti e non credenti perché Cristo non è venuto per i cattolici ma per l’uomo di qualunque orizzonte.
Noi non conosciamo i sentieri , i rivoli, le vie , attraverso cui distribuisce le Sue ricchezze, tuttavia siamo sicuri dei suoi benefici. Con questo non vogliamo giustificare le nefandezze dell’uomo commesse nel passato , nel presente e commetterà nel futuro.
Vi sono delle precise colpe, egli è l’artefice di mille sofferenze ai danni del proprio simile come , l’uso indiscriminato della libertà, del potere , hanno provocato grandi tragedie come le guerre ,le rivoluzioni e i mille “olocausti” di ieri e che continuano oggi. Spesso lo stesso progresso scientifico conta le sue vittime innocenti. Tutto questo male non può essere accusa verso Dio perché l’uomo è responsabile di molte tragedie. V’è, diversamente, un male di cui l’uomo non è responsabile e il teologo E. Bougaud parla di “ macchia nera nella storia dell’umanità”. Una “convivenza patologica” con il male dalla quale l’uomo deve costantemente difendersi. Siamo di fronte ad una ragione impotente non in grado di rispondere circa la fenomenologia del male? Possiamo azzardare che la ragione viene contaminata nell’esistenza rispetto alla sua verginità iniziale? Non è possibile dare una risposta. La nostra ragione dovrebbe opinare su di un concetto metafisico qual è il male, basando la propria analisi sulle manifestazioni del male e suoi effetti. Non avendo l’uomo la conoscenza ontologica del male non può che arrendersi, sgomento, di fronte alle mille manifestazioni del male. Gli effetti del male vengono considerati il male. Chiediamoci: possiamo indiscriminatamente chiamare male quello provocato dall’uomo al suo simile in modo cruento, e non, ma che educato dall’etica della responsabilità potrebbe non commettere? Ma è anche male quello provocato dai disastri naturali come terremoti, alluvioni? Le sofferenze nel corpo di tutte le creature, in particolare quelle affette da cerebropatia ipsoaritmia sono la manifestazione di effetti devastanti del male, ma non sono il male. Ci troviamo di fronte ad un mistero di profonda ignoranza ontologica, di conseguenza tutti gli sforzi di ricerca puntano in direzioni diverse , o peggio ideologiche , e ciò non fa accettare la finitudine umana di fronte ad un già dato metafisico. Nella breve attesa terrena, non potendo l’uomo dare una risposta, circa l’assoluto del male, deve in riferimento al male accidentale come, la fame nel mondo,le guerre, la povertà, la prevenzione sanitaria, la cura del territorio ecc. ecc..creare le condizioni strutturali siano esse di natura legislative e sociali onde evitare che certi effetti vadano a verificarsi. Per quanto riguarda gli effetti del male, non dipendenti dalla volontà umana, potremmo, come lontana ipotesi, collegarli al peccato originale? Questo “male” che colpisce l’uomo non potrebbe essere una sorte di espiazione anticipata e quindi una redenzione dal peccato originale? Questa ipotesi non ci convince perché abbiamo detto che, le creature dalla Ragione Vergine non hanno bisogno di altra redenzione se non quella del Battesimo. A questo punto ritorna l’idea di creature privilegiate da Dio perché deputate , con la loro sofferenze , a costituire la grande riserva di patrimonio universale dell’umanità. Nell’immaginario collettivo noi abbiamo sempre pensato che la sofferenza, essendo di Cristo, è cristiana. Mai errore più grave, o di presunzione, è stato commesso dalla tradizione cristiana. La sofferenza esisteva prima di Cristo ed era la sofferenza dell’uomo. Cristo si è fatto uomo per nobilitare la sofferenza e darle un significato escatologico,non dobbiamo pensare che il non credente, con il suo patrimonio di sofferenza e di amore, possa essere escluso dal patrimonio spirituale della sofferenza universale. Il divenire di questa lunga ipotesi, circa la ragione e la sofferenza, ci suggerisce che solo attraverso la sofferenza vi può essere vera crescita spirituale, se questa viene educata alla luce di una comprensione cristologica, diversamente, si può tradurre in tragedia là dove esiste una coscienza negativa e di ribellione al mistero del male. Noi siamo convinti che fuori dalla comprensione cristologica non vi può essere soluzione razionale, né tanto meno ce la fornisce il cristianesimo. Quello che ci dona Cristo è la Sua accettazione della sofferenza, la Sua testimonianza, lo scandalo della croce. Ciò non sarà mai razionale ,è solo un atto di Fede.
Scrive E. Bougaud –“ A che cosa si riducono gli sforzi degli uomini di fronte al dolore? O a negarlo, ed è pura follia o a cercare di sopprimerlo e ciò è un sogno, oppure odiarlo, questo servirebbe ad accrescerlo. Diversamente non possiamo dimenticarlo, significherebbe aggiungere dolore ad altro dolore, una tomba ad una tomba, seppellire una seconda volta quelli che amano più teneramente donando il loro sacrificio.”
Abbiamo meditato circa il peccato “originale” e ci siamo posti il problema del significato di “originale”. L’ipotesi è che: Dio creò gli angeli, Michele e Lucifero, Dio volle un ritorno della Sua grazia. Lucifero disobbedì, Michele obbedì. Michele godrà in eterno della grazia di Dio. Lucifero starà in eterno negli inferi. Il grande Agostino non riesce a dare una spiegazione di questo “tradimento degli angeli cattivi”, ci dice che essi hanno subito una diminuzione della natura angelica dovuta ad una cattiva “volontà, una mancata consapevolezza dell’eternità, mentre gli angeli buoni avevano questa consapevolezza.” Un procedere logico troppo antropomorfico che spoglia Dio della Sua divinità. La nostra ipotesi è che : il Peccato originale è nato fuori dal “tempo” dell’uomo, da un atto di “superbia” di un essere creato angelico, quindi privo di umanità, cioè di capacità limitate, relative: come la fragilità, la povertà , la miseria. L’uomo ha subito una violenza nella sua quiete spirituale di un male che non gli apparteneva perché fuori dal suo tempo, non solo, ma come uomo del tempo non aveva gli strumenti “ razionali “ per difendersi da un mistero preesistente e quindi “originale” tra gli esseri umani, certamente la sua originalità consiste nella sua ontologicità che preesiste alla umanità. Quindi il nostro non è un peccato originale ma subiamo gli effetti devastanti di una impreparazione da parte dell’uomo lasciato solo in un “eden”poco eden. Dov’era Dio a proteggere le Sue creature quando furono lasciate sole, impreparate di fronte all’assalto del “serpente”? Allo stesso modo possiamo chiederci: dov’era Dio quando Lucifero, inconsapevole del suo rifiuto avrebbe dato scacco a Dio? Pensiamo ad un Lucifero stupido, masochista, incapace di prevedere la grande tragedia che avrebbe provocato con il suo rifiuto? Troppo antropomorfico il nostro dire. Volendo ricorrere alle categorie platoniche “???” dovremmo ipotizzare un mondo iperuranio nel quale abita il peccato nella sua ontologicità , quindi sconosciuto, e un mondo reale , copia dell’originale, nel quale si riflettono gli effetti del male e che nel mondo non abita il male in quanto assoluto negativo. Dunque il mondo non può ospitare il male perché non è il suo luogo, la venuta di Cristo ci ha fatto conoscere ciò che già esisteva e che a noi non era noto. La promessa fatta al buon ladrone, Dima, quando disse “ Oggi sarai con Me in Paradiso” rappresenta l’offerta fatta agli uomini di una vita senza il male perché distante dal luogo di Dio. Tra il male e gli effetti si inserisce il “peccato” come trasgressione alla legge di Dio . V’è dunque una adesione di aderire a qualcosa e accettare gli effetti dell’adesione. Questa lunga ipotesi razionale rappresenta solo un esercizio logico ma, nulla può scalfire la nostra Fede. La nostra fede ci spinge a considerare le nostre creature in un dimensione diversa a quella “normale”, in modo particolare nella relazione con delle creature che dobbiamo considerare in comunione ontologica con Dio. Queste creature meritano un’attenzione particolare che va oltre la sfera della precarietà biofisica, essa attiene la dignità della persona. Dal punto di vista dell’antropologia cristiana la dignità della persona è inscindibile dalla precarietà biofisica. Noi, proprio attraverso la dedizione e l’amore verso la precarietà fisica e psichica ci educhiamo all’amore per la persona. Noi pensiamo che sofferenza della biofisicità di Cristo, offesa dalla crudeltà della ragione , come volontà o effetto del male, non abbia minimamente intaccato la dignità della persona perché, situata per “vocazione” su di un piano superiore. Noi reputiamo la persona come l’immagine e somiglianza di Dio, come tale è inattaccabile dalle miserie umane in quanto per loro la creazione è un “già dato” , diversamente per noi, cosiddetti “normali” è un “ già dato ma non ancora”. A questo possiamo aggiungere che queste creature non sono escluse dall’opera di cooperazione con Dio in quanto è l’uomo cooperatore di Dio. La loro grande cooperazione consiste nella formazione del patrimonio spirituale, di cui si parlava in precedenza, mediante la loro silenziosa sofferenza. Tutto ciò che stiamo dicendo è frutto della nostra ragione, ma loro in che modo dicono? S. Agostino ci spiega che “la ragione è quel moto della mente che può distinguere e collegare tutto ciò che si apprende” ancora “ essa è la forza creatrice del mondo umano: ha inventato la scrittura, il linguaggio, il calcolo, le arti e le scienze ed è quanto di immortale v’è nell’uomo……… tutte le discipline sono ordinate alla filosofia per la quale due soltanto sono i problemi. Un riguarda l’anima, l’altro riguarda Dio ,il primo ci porta alla conoscenza di noi stessi, il secondo a quella della nostra origine” Noi ci interroghiamo sulla capacità di trattare questi problemi con la ragione, mediante la quale “conosce “ “la conoscenza” e conosce l’origine di sé che risiede in Dio. Ancora ci interroghiamo chiedendoci : chi non possiede la capacità di un riferimento mondano come, la filosofia, la teologia e altri saperi, certamente non rimane fuori dalla “vera” conoscenza e dalle beatitudine. Sappiamo bene che la vera conoscenza non ci è data dai diversi saperi, quali quelli di tutto lo scibile umano. La vera conoscenza non è della condizione antropomorfica, essa è un dono della Grazia di Dio. Certamente il Maestro non ipotizzava questo, tuttavia ,resta il fatto dell’assenza di questa problematica specifica della sofferenza. Nelle confessioni si legge: “Ricevi o mio Dio queste confessioni come un sacrificio che Ti offre la mia lingua, questa lingua da cui hai fatto esaltare il Tuo nome. Guarisci tutte le potenze dell’anima mia, sicchè esse Ti dicano: O Signore chi è simile a Te?”. Le nostre creature, che non “godono” di codesta preghiera, certamente davanti al Padre godranno di condizioni migliore delle nostre. Sembra che il buon Dio abbia voluto nascondere questo particolare Amore per le Sue privilegiate creature al dottore della chiesa, ma non solo a lui. Il problema del male è stato trattato da Giobbe in poi da tutta la chiesa, mai però in questa specifica ed inconoscibile mancata comunicazione con Dio. Un aspetto questo della teologia della sofferenza che apre nuovi orizzonti di fede all’animo umano. Un amore quasi materiato nella carne ci dona il Cristo che continua la sua sofferenza di amore alla presenza degli uomini. Possiamo immaginare che siamo di fronte al cospetto della sofferenza come estetica della fede?
A questo sacrificio del Cristo,- che continua la Sua sofferenza, condividendo e assumendosi quella di queste creature, come momento estetico, come amore diverso, come momento di grazia,- l’uomo ha saputo dare una giusta lettura? E quale potrebbe essere la giusta lettura? Cristo ha fatto di queste sofferenze, e continua a farlo, il tempo della Sua sofferenza finchè tutte le creatura non saranno piene del Suo amore e prive di tutte sofferenza. Un tempo nel quale il corpo rappresenta l’ostacolo alla perfezione come momento non volontario, ma accidentale per la trasfigurazione del corpo. In noi che “godiamo” del corpo come momento della volontà, e quindi della ragione, costituisce ostacolo cosciente nel caso non lo consideriamo come il tempio dello Spirito rifiutando la Grazia di Dio. La complessità dei dubbi della ragione può mettere a dura prova la fede, ma ogni prova superata è un rafforzamento della fede. Mentre la ragione genera il dubbio, la fede ci spinge a credere che Cristo è più vero in queste creature non “mondanizzate” ma solo temporalizzate. La discesa nel tempo di queste creature sofferenti fin dalla nascita non è forse una testimonianza di Cristo che ci dice -qui sono IO?-
Noi siamo convinti che da sempre la sofferenza è crescita spirituale. Essa è bellezza interiore, quando si legge la dolcezza nel volto dell’altro come un interpellare delle responsabilità di tutti , per il bene di tutti. Queste creature rappresentano la possibilità, per noi, di compiere del bene per il nostro bene. Infatti: senza queste creature non ci sarebbe occasione di compiere il bene. Sembra un paradosso ma la loro presenza, come sacrificio e sofferenza, deve essere la causa del nostro bene. Non siamo in grado di leggere questa “ricchezza” interiore donataci da Dio: certamente possiamo affermare che è il sentire di Dio che vive in noi. La sofferenza è la costante presenza sensibile di Cristo nell’umanità sofferente, il simbolo della croce, da simbolo di vergogna , Cristo lo ha fatto assurgere a simbolo di salvezza. Ciò e quanto ci suggerisce con forza il teologo Hans von urs Balthasar che considera la croce al centro del mistero della salvezza. Egli ci dice: “ La croce intesa come espressione dell’amore divino, non verificabile altrimenti, e come fondamento di tutte le strade dell’amore umano che corrono il rischio di perdersi. E’ amore ciò che è la rinuncia del sé nell’incontro con il tu, cioè di tutti gli esseri in rapporto filiale con il Padre.” Quello che dice Balthasar, circa la croce come centro del mistero della salvezza, ci rafforza l’idea che le nostre creature, essendo cooperatrici di Dio nella formulazione del patrimonio spirituale della chiesa, a favore di noi peccatori, sono esseri privilegiati perché fuori dalle nostre categorie spazio-temporali perchè “già” trasfigurate . Noi, essendo del “non ancora”, dobbiamo continuare a vivere il nostro tempo storico. Perché ci chiediamo la teologia ha sempre trattato il problema del “male” entro gli schemi antropologici tradizionali non considerando il particolare momento della “comunicazione” in una prospettiva ontologica? Forse la nostra ignoranza ci limita una maggiore comprensione. Proviamo a capire Matteo: “ i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i sordi riacquistano l’udito, i lebbrosi sono guariti, i morti risuscitano. Pietro ci ricorda: “ è una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni e sofferenze ingiuste, infatti che gloria sarebbe soffrire se si è peccato?” Nelle affermazioni di Matteo vi è un capire la coscienza della sofferenza per il sofferente; in Pietro v’è la certezza da parte dei sofferenti della conoscenza, mediante la sofferenza, di Dio. La sofferenza rappresenta l’unico linguaggio universale comprensivo da tutti gli uomini del mondo. Un dialogo di nostra conoscenza che da anni ci esercitiamo a “ sentire” per meglio educarci quando saremo alla casa del Padre. Un viatico come ricchezza quando “passeremo” il tempo datoci, un tempo che porta via la nostra storia e la nostra parola. Cristo ci ha detto : “ i cieli e la terra passeranno, la mia parola non passerà.” Noi cerchiamo di comprendere la Sua parola, certamente sarà la morte nella sua accezione pasquale a condurci alla terra promessa. Luogo ove tutto sarà illuminato dallo Spirito. Rifacciamoci ancora al teologo Von Balthasar il quale dice : “ la vita dell’uomo è sviluppo nel tempo…. La sua natura che passa attraverso il mutarsi dell’età è soggetta ad una legge misteriosa,egli è in ogni stadio completo, perfetto nel pensiero creatore di Dio.” Come possiamo escludere le creature handicappate come perfette nel pensiero creatore di Dio? Queste considerazioni di Balthasar ci diventano famigliari nella certezza della “comprensione” di Dio, perché la nostra esistenza cela, continua l’autore, un presentimento dell’eterno. In queste creature manchevoli del nostro linguaggio , delle nostre categorie della logica, della nostra esperienza, somiglianza di pensiero che possa nella “interpretazione” di Dio accumunare noi e loro. “Le mie vie non sono le vostre vie, i miei pensieri non sono i vostri pensieri” Queste certezze ci consolano perché pur essendo problematiche della nostra esistenza razionale , ci aiutano e ci arricchiscono nel nostro cammino di Fede. Il nostro autore ci ricorda, nella sua teologia della storia, “ il bambino è la parola di Dio, il bambino è il maestro della contemplazione. Rifacciamoci a Matteo. “ Egli scacciò gli spiriti mediante la Sua parola e guarì tutti gli infermi, affinchè si adempia la profezia di Isaia. Egli ha preso si di Sé le nostre infermità, si è caricato delle nostre malattie.” L’eloquenza , la chiarezza, l’incisività della testimonianza di Matteo fuga in noi, in questo tormentato itinerario di dare senso alla sofferenza, ogni incertezza, come già ripetuto altre volte circa la salvezza “privilegiata” delle nostre creature. Quello di cui siamo contenti, è questa nostra meditazione, questa nostra preghiera che, nata da una sofferenza, è penetrata nella nostra mente squarciando ogni resistenza razionale. Noi siamo dell’idea che la potenza di Dio non è quella di auto espandersi nel mondo ma, Egli si fa, giorno per giorno, da parte per fare spazio all’uomo e la su storia. Le nostre creature vivono in questi spazi assegnati loro da Dio che sono quelli della storia del mondo. Il mistero rimane il silenzio di Dio di fronte alla sofferenza, in modo particolare quella di Auschwitz – che Wiesel ha gridato e denunciato nell’indimenticabile racconto del bambino appeso alla forca- che rappresenta la messa in crisi della Sua onnipotenza nel nostro immaginario umano. L’apparente depotenziamento, della Sua onnipotenza, non scalfisce la Sua realtà divina. Noi “normali” dovremmo conoscere il dono della libertà, donataci come libero arbitrio, per poter comprendere l’eterna dimensione dell’amore che si è fatta storia, tempo, sofferenza, fino alla sofferenza che provoca la morte di croce. La croce della sofferenza, che prima era in noi, ora è diventata la Gloria che Dio ci ha promesso.. Di tutto ciò o mio Dio ti ringraziamo.
francescosaverioiaco@libero.it