Il pensiero nomade: Ovvero alla ricerca di un'antropologia planetaria
IL PENSIERO NOMADE.
L'idea di un pensiero nomade può trovare la sua genesi partendo dalla intemporalità dell' "in sé", all' esser-ci del sé, uscire dalla stanzialità del sé per mettersi in movimento.
Il termine nomade deriva dal greco “nemò” che significa pascolare, quindi il rapporto del pastore con la pastorizia è abitato dall'altrove o nuovi orizzonti, ciò implica l'idea di provvisorietà, distacco e quindi rimanda all'idea del continuo camminare.
Contrariamente al significato di pagano che significa fissarsi nella terra, insediarsi.
Il nomade crea una vocazione dell’ esilio che gli deriva da una sua verità.
Il nomade è quello che crede in senso eracliteo il pantarei ovvero tutto scorre.
Questo momento fenomenologico lo conduce verso il divenire che rappresenta il Tao, cioè la via, che conduce alla Verità e alla Giustizia, le quali sono presenti nell'animo del mondo; purtroppo assenti nel nostro quotidiano.
Una verità è una Giustizia spesso assassinate nello scorso novecento, detto anche secolo breve.
Il novecento si è caratterizzato dal delirio di potenza dell'io, escludendo di conseguenza il sé, ma in modo particolare l'altro con il quale si dialoga.
Senza il dialogo tra il mondo del sé e quello dell'io non esiste l'altro e ciò significa la morte della relazione.
Alla visione statica e monolitica dell'io, viene riconosciuta quella dinamica del sé.
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Il pensiero nomade:
Ovvero alla ricerca di un' antropologia planetaria.
La nostra epoca è caratterizzata da grandi flussi migratori provenienti dal sud del mondo che è sinonimo di povertà, verso il nord del mondo inteso come ricchezza.
Questa forma di nomadismo, detta anche della miseria è quella a cui bisogna dare delle risposte etiche ed, in modo particolare, economiche e politiche.
L'aspetto importante di simili accadimenti è che la società occidentale, con la sua cultura, non ha riferimenti paradigmatici quindi modelli di riferimento per fronteggiare la globalizzazione antropologica, ossia una nuova ontologia, o detta anche scienza dell'essere.
Una scienza dell'essere assente o, per meglio dire, presente.
Assente perché l'uomo di oggi vive una dimensione profondamente provvisoria, infatti egli vive contemporaneamente ovunque e da nessuna parte; l'esperienza quindi è dirompente da un punto di vista esistenziale.
Presente perché ogni popolo continua a costruire muri entro i quali si mantengono rigidamente ferme le posizioni culturali non aperte alla diversità.
Non vorremmo scandalizzare se diciamo che la prima forma di nomadismo culturale è stata quella di Adamo ed Eva che, hanno rifiutato la stanzialità culturale dell'Eden per andare verso l' ignoto.
Che forse Mosè nel guidare il popolo ebreo dall'enclave d'Egitto non ha cercato, attraverso il nomadismo, d'incontrare l'altro con la perenne diversità, frantumatasi nella notte dei tempi per cercare la terra promessa?
Ma qual è la notte dei tempi?
Forse quando l'Assoluto è divenuto mondo, forse per questo l'uomo continua la sua ricerca nel pensiero nomade, altrimenti impossibile.
Ma chiediamoci dove nasce l'esigenza di un nomadismo intellettuale?
Io credo nello struggente desiderio dell'uomo di sentirsi ricongiunto nell'unità perduta.
Il pensiero nomade dovrebbe rappresentare il paradigma, il punto fermo, come direbbe Hans Urs Von Balthasar, capace di darsi le diversità come ricchezza dalle quali trarre una nuova logica chiamata "logica del deserto." E' naturale la domanda che cosa è la logica del deserto? Credo sia quella attraverso la quale dobbiamo recuperare, perché smarrite, le tracce dell'assoluto.
Pensiamo a questa logica come il volto dell'altro che vive assente dalla mia comprensione.
L'altro è il frammento, è la traccia che mi invia sulle vie di Dio, un Dio assente perché dichiarato morto da oltre due secoli , ma presente perché Assoluto in quanto si manifesta attraverso le presenze che ci interpellano con i loro bisogni.
Queste presenze sono quelli a cui l'occidente non ha mai riconosciuto cittadinanza, rispetto, alterità come altre da se'.
La brutalità dell'occidente, per molti secoli, ha escluso l'altro con la sua dignità di esistenza.
Sarebbe opportuno a noi occidentali una lunga riflessione circa il significato del silenzio del deserto; esso può essere inteso come un modo di tornare in se', di ascoltare la propria coscienza di rinuncia a ciò che è futile, inutile; crediamo che così si possa fare spazio per l'ascolto di tutti coloro che fuori dall'occidente, ma moltissimi anche in occidente, non hanno voce.
L'occidente è affetto da sempre da varie patologie tra le quali; la presunzione che ancora persiste: quella di essere il primo della classe sulla scena mondiale.
Noi occidentali non abbiamo compreso che noi siamo gli altri, noi siamo la diversità e il tutto diventa alterità.
Gli altri, per secoli, sono stati nessuno, dei nessuno che hanno subito violenze da parte di noi occidentali. A questi è stata portata la nostra civiltà, il nostro Assoluto imponendolo con la nostra ragione e con la forza della spada.
Il Papa ha chiesto perdono per gli errori commessi dai cristiani, oggi ammonisce l'occidente dicendo; "la globalizzazione non deve diventare una nuova colonizzazione."
Il pensiero nomade è la fonte di ogni relazione, è la possibilità di superare il pensiero chiuso, unico, debole, o peggio il non pensiero, è l'utopia del sogno di un antropologia planetaria per la quale da sempre, l'uomo, nonostante tutto, continua a credere.
Il nonostante ci è dato dalla cultura del sospetto, dalla cultura del martello, tipicamente violenta.
Noi dobbiamo uscire dal mondo della cultura ipocrita del nostro occidente, smascherare la confusione fra progresso tecnologico e civiltà, ove la tecnologia è stata sempre imposta ai paesi poveri e la nostra civiltà sempre sorda all'ascolto delle civiltà altre.
Il mondo è da sempre diviso da grandi muraglie culturali, dovute queste dalla mancata relazione con l'altro.
Secoli di errori hanno degenerato l'uomo dal sogno dell'utopia del bene comune.
Questo sogno frantumato da Adamo non è morto ma vive in ogni persona libera dalla contingenza.
Oggi si avverte la necessità di un respiro antropologico a carattere planetario, questo va ricercato nella grande metafora della natura, la sola realtà che accompagna l'uomo e lo relaziona con Dio.
Purtroppo dobbiamo constatare che la natura è il grande giardino negato perché essa sta morendo, l'uomo sta morendo o forse, per certi aspetti, già morto.
L'antropologia planetaria richiede la necessità di un pensiero nomade ove l'assoluto di Dio non venga considerato esclusivo dell'individuo causa di mille separazione. Dio va considerato l'assoluto della comunione di tutta l'umanità, di tutte le religioni.
Questa mancata coscienza ecumenica ha reso il mondo, da sempre, vittima di mille relativismi secolari e del provincialismo delle religioni. Noi sappiamo che Cristo non è venuto ha fondare una religione ma a testimoniare, a donare la propria vita per il proprio fratello.
Il Buon Giovanni Paolo II in lettera alle famiglie dice: "possono avere colpa gli stessi credenti, anzi noi tutti, che con l'inadeguata esposizione della dottrina, con i difetti della vita religiosa, morale e sociale, abbiamo nascosto, più che rivelato il volto di Dio". In questo rimprovero, circa l'inadeguatezza della testimonianza, il cristianesimo è stato sempre occidentale in quanto frutto della razionalità umana partigiana e non dell'essere immagine e somiglianza di Dio.
Un'immagine e somiglianza che è stata donata da Dio all'uomo planetario e non a quello occidentale.
L'uomo con il suo pensiero nomade dovrà riscattarsi attraverso il volto dell'altro che incontra sotto tutte le vesti, nei crocicchi della storia, una storia che rispetti tutte le identità, tutte le diversità, tutte le differenze.
Non è facile essere seguaci del pensiero nomade, universale, planetario.
Cristo è un grande rivoluzionario, la sua vita è la testimonianza di un pensiero nomade perché rivolto all'uomo e non ai singoli uomini.
La cristianità con la sua cultura lo ha sempre considerato "cittadino di ROMA" egli è planetario in quanto continua a viaggiare nel cuore dell'uomo.
Purtroppo a noi manca il coraggio di una rivoluzione che possa decodificare i falsi valori rifiutati dalla coscienza.
La formulazione della cultura dell'uomo planetario ha trovato in Italia negli anni 50, in modo particolare a Firenze, i suoi grandi apostoli tra cui Ernesto Balducci, Giorgio La Pira, Lorenzo Milani lo scopo era quello di evitare ogni paradigma eurocentrico e
predicava una cultura che aveva, ed ha ancora oggi, per fine un mondo educato alla pace.
Negli anni 70 dal versante brasiliano, vi furono grandi intellettuali, come Paulo Freire, che con le opere rivoluzionarie : “L'educazione come pratica della libertà” e “La pedagogia degli oppressi”, suscitarono grandi aspettative circa l'etica planetaria.
In Italia questo principio fu assunto da molti intellettuali, essi ebbero il loro punto di forza in Lorenzo Milani che faceva scrivere ai suoi ragazzi “Lettera a una professoressa”, una pedagogia rivoluzionaria in campo scolastico. e la sua lettera ai giudici ove diceva “L’obbedienza non è sempre una virtù”
Oggi queste tematiche sembrano scomparse, morte dal panorama intellettuale italiano, siamo forse alla soglia della tenebre, della dialettica culturale, fagocitati dalla più sfrenata tecnologia consumistica, malamente usata.
La necessità di una decodifica dell'occidente è necessaria affinché l'uomo non muoia soffocato dalla obesità esistenziale, capace di penalizzare il corpo rendendolo amorfo e privo di relazione.
L'occidente non ha mai avuto la cultura della libera relazione, esso impone da sempre la sua relazione come pensiero unico.
Non v’è la volontà di rispettare il patto generazionale, la nostra memoria storica fa emergere la passata l'umanità che, nonostante moltissimi aspetti negativi ,ci ha lasciato un patrimonio di cultura, di fede, di valori, di etica.
Noi abbiamo il dovere di tramandare alle prossime generazioni non solo ciò che abbiamo ereditato ma, questo patrimonio, dobbiamo arricchirlo: purtroppo ciò non sta avvenendo, basta guardare la devastazione dell'ambiente, riflettere sui 60 conflitti di guerra aperti nel mondo, ai 70 milioni di morti per fame, ai 50 milioni morti per malattie.
Lo scandalo più grande è il divieto di accesso farmacologico ai paesi poveri da parte dell'opulente occidente, detentore della maggior parte delle tecnologie e delle scoperte scientifiche.
Siamo ai confini di una terra al tramonto, o in una fase di transizione planetaria?
Un grande filosofo, F. Nitzsche, predicava il ritorno alla terra, tema ripreso da molti altri, tra cui Moltman, ma questo ritorno alla terra non è forse il sabato della terra dell'antico testamento?
La terra è sfruttata in modo inaudito: vedi il petrolio, il gas, le discariche, la deforestazione, l'inquinamento ecc. ecc.. ci chiediamo: in tutto questo caos dov'è l'uomo pensante? Non ci accorgiamo che siamo tutti uomini pensati?
I diritti umani pensati ed elaborati solo dall'occidente, sono stati imposti a tutti gli uomini del mondo, non sono forse essi una negazione nei diritti dell'uomo non occidentale?
E perché non dovrebbe esistere il diritto alla terra, alla madre terra, detta anche da Francesco sorella terra?
Ecco il pensiero nomade, il pensiero planetario.
Noi sappiamo che chi rispetta il sabato della terra vivrà in pace, chi disprezzerà questo diritto vivrà nella fame e nella malattia perché avrà compromesso la fertilità della terra.
Siamo forse verso la soglia della fine della civiltà del consumo?
Molte statistiche ci dicono che i 9 decimi dell'umanità, esclusa dall'epulonico banchetto occidentale, stia premendo con insistenza per partecipare ai beni della terra.
Il nostro modello di vita non minaccia solamente la fine di un epoca ma, in modo particolare, la minaccia è anche alla integrità degli equilibri psicofisici.
L'auspicio è quello di una nuova comunione di intendi, di linguaggi, dobbiamo smetterla di usare la comunicazione del falso apparire al posto della comunione di una esistenza conviviale, spesso sconosciuta, in cui la parola deve rappresentare lo strumento dell'io plurale.
L'uomo deve essere consapevole di offrire la tecnologia all'uomo e non ad alcuni uomini, essa non deve essere strumento di potere, di dominio ma veicolo di libertà e cultura.
Il nostro tempo di transizione si presenta come un momento drammatico della post-modernità.
Sulla mappa planetaria stanno emergendo pluralità di soggetti non più riducibili a schiavi, questi sono impegnati in una grande sfida epocale che minaccia la specie umana.
L'impegno è quello di formare un nuovo patto generazionale a dimensione planetaria, un grande manifesto per l'età post‑ moderna. Da questo manifesto non può essere escluso l'ecumenismo di tutte le religioni, di tutte le dignità umane, dell'uomo nella sua integralità.
La vecchia rigidità etica, dettata dai comportamenti culturali monolitici è ormai obsoleta.
Oggi c'è la coscienza di una grande frantumazione di tutte l' etiche, delle religioni, delle culture.
La necessità di una riflessione planetaria impone una conoscenza dell'uomo oppure degli uomini?
È possibile attraverso una onesta, leale, fiduciosa relazione planetaria tra gli uomini la conoscenza dell'uomo?
L'uomo potrà disporsi a questa conoscenza solo se rinuncerà alla sua "ragione armata", cioè quella ragione che ha assoggettato a sé i messaggi universali delle religioni stravolgendo i progetti rivoluzionari che avevano l'obiettivo di liberare l'uomo dalla violenza.
L'uomo planetario è quello che deve porre ascolto alla propria coscienza, per fare ciò ha bisogno di un impegno particolare nella sua esistenza, voltare pagina e mettersi in ascolto della propria umanità repressa.
Francesco Saverio Iacolare